MORANDI E LA CONTEMPORANEITÀ: LE SCULTURE DI JOAN CROUS

Una scultura di Crous, press kit ArtemidePR

MILANO. Si apre giovedì la mostra dal titolo “L’enigma del reale”, allestita fino al 20 dicembre presso Maurizio Nobile Fine Art, nel Sito privato Bagatti Valsecchi, in via Santo Spirito 7, che pone in dialogo il maestro bolognese con l’arte di Crous e quella di Andrea Federici.

Vediamo più da vicino lo scultore di origine catalana Joan Crous, artista che vive e opera da oltre venticinque anni. Ha una formazione pluridisciplinare e ha approfondito diverse tecniche esecutive. Nel 1994 precisa una sua personalissima tecnica di lavorazione del vetro. Ha proposto i suoi originali lavori in luoghi prestigiosi, fra cui “Aperto Vetro” a Venezia per la Biennale Internazionale di vetro a Montreal, presso l’Università del Vetro, al Corning Glass negli Stati Uniti, all’Università degli Studi di Bologna, alla Fondazione Würth di Künzelsau, alla Fondazione Vila Casas di Barcellona, al Musée Archéologique du Val-d’Oise, alla Biennale di Venezia del 2011, fino alla rassegna espositiva “Vetro e Opera lirica. Soffi d’arte” tenutasi al Castello Sforzesco.

«Leggero come un soffio di fiato, fragile come un frammento di vetro – spiega Stefano Bosi nelle pagine del catalogo – il mondo di Joan Crous è fatto di cose trascolorate dal tempo, di visioni personali che la mente assoggetta a ricordi particolari: è un mondo dove non ha senso parlare di vicino e di lontano, di toni alti e di toni bassi, perché il tempo e le cose dello scultore si possono perdere in una terra sterminata dove si incontra solo il timbro di una solitudine originaria, o dove basta un oggetto per stabilire i termini di una realtà da elevare a sentinella dei pensieri.

Una scultura di Crous non narra, non descrive: è – semmai – l’effusione di uno spirito, che vince l’abituale aridità o lo strazio di una tragedia e si abbandona a un unico sentimento.

Di qui la ben conosciuta povertà di particolari, di qui la semplicità del suo vocabolario: lo schema compositivo delle composizioni non distrae l’osservatore con una immagine complessa rispetto a quella che vuole realmente significare; anzi! Quanto più semplice e determinata essa è, tanto più piace all’artista, perché rivela quella intima esistenza».

SIMONE FAPPANNI