NAPOLI A BERGAMO, UNO SGUARDO SUL ‘600 NELLA COLLEZIONE DE VITO ALL’ACCADEMIA CARRARA

La locandina della mostra

BERGAMO. L’ Accademia Carrara di Bergamo proopone, fino al 1 settembre, un’imperdibile mostra: “Napoli a Bergamo, uno sguardo sul Seicento nella collezione DEvito”. Potrebbe sembrare un salto stilistico, geografico, di ragioni artistiche differenti e afferenti a un substrato socio-religioso-politico-economico, che all’apparenza non potrebbe essere comparato.

E invece la realtà bergamasca e quella napoletana di metà seicento sono state intrinsecamente legate grazie a scambi di tipo commerciale. Questo ha dato opportunità di ampliare anche gli scambi di altra natura e su tutti quello artistico, in un momento in cui il caravaggismo stava assumendo le sue declinazioni più varie e molti artisti raccoglievano l’eredità del grande maestro lombardo.

Napoli nel XVII secolo, forni gli artisti migliori per decorare i luoghi più sacri della città, e questi, in molte occasioni diedero testimonianza del loro operato anche nella città orobica.
 Si tratta di una raccolta che traccia i contorni di un fenomeno artistico e non solo, dispiegatosi nel tempo e invero poco studiato della cultura figurativa dell’area orobica, che qui viene messo a fuoco e che porterà con quasi certezza a nuove attribuzioni, con la revisione di nuovi documenti che testimoniano gli scambi proficui tra le due città in oggetto.

La mobilitazione di molte opere è stata anche una grande occasione di restituzione, a nuovo vigore in virtù dei numerosi restauri compiuti per migliorare la leggibilità e lo stato conservativo delle opere stesse sparse sul territorio, aspetto questo di rilievo perché testimonia il radicamento della mostra non solo nelle sue collezioni ma anche nell’eredità culturale che testimonia sul territorio bergamasco e Lombardo più in generale.

La mostra si apre con una sezione che introduce il secolo grazie a opere che provengono dalla raccolta della fiorentina Fondazione Margaret e Giuseppe De Vito, collezionista e studioso versato nel Seicento napoletano, specie nella natura morta, studiava per comprare. Ogni quadro della collezione De Vito, e dunque anche quelli esposti in mostra, venivano acquistati soltanto se potevano rappresentare uno spunto per i suoi studi e interessare le sue ricerche, senza alcun interesse economico.

Cristo e la Samaritana che si incontrano al pozzo di mano di Antonio de Bellis, non molto noto ma uno dei protagonisti dell’evoluzione della pittura napoletana verso la metà del secolo XVII, che arricchisce la formazione naturalista influenzata in modo pervasivo da Ribera nella cui orbita peraltro ebbe modo di gravitare, Giovanni Ricca, presente con il Martirio di Sant’Orsola, nel quale si ha  prova di una ricercata eleganza delle forme.

Lo stesso si può dire del Maestro degli Annunci, il quale conduce toni di grande raffinatezza, esiti che portano già oltre il percorso oltre Caravaggio. 

La seconda sezione della mostra è invece composta da opere presenti sul territorio bergamasco che testimoniano la presenza di artisti  e dunque di committenze nella città orobica.

Opere che portano nomi di prestigio qui riuniti risentono in una certa misura anche di influenze emiliane: ci si riferisce ad esempio alla presenza di Paolo Fenoglio con  le Nozze mistiche di santa Caterina d’Alessandria che esibiscono una ricercata  brillantezza cromatica unitamente a sontuosità materica.

Lo stesso avviene nel Transito di san Giuseppe di Bernardo Cavallino, epigono mai sufficientemente celebrato del caravaggismo napoletano che costruisce dense stesure cromatiche enfatizzate dal contrasto chiaroscurale.

Raffinatezza ed eleganza appartengono a tutte le comparse intere o per mezzo di figure di pensatori, apostoli e simili di mano di Ribera e del Maestro dell’annuncio ai pastori, a quelle di figura femminili, eroine e sante, di Massimo Stanzione, Bernardo cavallino e Andrea Vaccaro, molto richieste dal collezionismo delle famiglie di lignaggio napoletane nel ‘600, di cui sono pervenuti importanti esemplari: nella Giuditta e nella Salomé, dello stesso Stanzione che alla formazione naturalista  mescola l’influenza della figura trattata secondo i modi di un certo classicismo, “caricate” di enfasi barocca.

Napoli non può dissociarsi dalla figura del gia nominato Andrea Vaccaro, il quale ispirandosi a Guido Reni, presenta qui la Sant’Agata, cosi come Bernardo Cavallino la sua Santa Lucia includendo nella composizione un ampio tendaggio un drappo, tipici di un gusto sontuoso, entrambi di un rosso che esalta i toni verde e grigio degli abiti della martire.

Presente una sezione dedicata al soggetto mitologico e anche religioso, spesso legati alla storia napoletana come il martirio di San Gennaro o il carro del Battaglino restituiti da Domenico Gargiulo, Micco Spadaro e Carlo Coppola. Quesat’ultimo meno noto ma importante per gli accenti narrativi e la miniaturizzazione delle figure.

La metà del secolo offre due protagonisti di primissimo livello: Mattia Preti, calabrese presente a Napoli alla metà del secolo e Luca Giordano. Quest’ultimo che funge da perno attorno al quale si dipartiscono i due filoni principali dell’esposizione.

Grande sperimentatore quale ebbe modo di rivelarsi, di Giordano sono presenti in mostra il passaggio del mar rosso, realizzato per la basilica maggiore di Bergamo e  una scena di osteria della collezione De Vito che riprende un’incisione  originale fiamminga, alle quattro tele con i martiri di quatto apostoli composte nello stile di Ribera.

Chiude l’excursus sui veraci napoletani Nicola Malinconico, allievo di Giordano, che completò la decorazione della basilica bergamasca e che in mostra è presente con due dipinti e diversi studi preparatori.

Presente anche Francesco Solimena che a titolo esemplificativo, caratterizza la figura di Santa Cecilia con una materia smaltata ma al contempo sensuale, nella quale si ritrova la matrice  propria della tradizione pittorica partenopea seicentesca, mediata da influenze emiliane.

Altri nomi sono presenti e tutti a vario titolo mettono in risalto ora a preziosità degli abiti, i larghi panneggi, ora la la teatralità delle pose.

Tutti sembrano,tendersi verso la figura di Mattia Preti, presente con la Scena dicarità con tre fanciulli mendicanti, che documenta  un contesto urbano e interpretato come possibile rappresentazione dell’allegoria della Carità.

 Di Luca Giordano si deve sottolineare il ruolo, dopo l’emulazione del Ribera di traghettatore del il percorso verso il Barocco verso esiti del roccocò.

È in sintesi una mostra che mette in luce la sontuosa eredità del Caravaggio, che soggiornò a Napoli tra il 1606 e il 1610, ad avviare il percorso pittorico in grado di scalzare la formula del classicismo come metodo rappresentativo dominante e a scuotere non solo gli sguardi ma anche le coscienze, invitando a osservare la realtà in un modo nuovo.

In questa esposizione si nota in modomprogressivamente sempre piu evidente come i seguaci del Merisi abbiano snaturato la lezione del maestro lombardo: spesso irrompono una dolcezza espressiva estranea al Merisi che è evidente ad esempio nelle opere di Giovan Battista Caracciolo, detto Battistello, MassimoStanzione e Jusepe de Ribera, e un certo gusto descrittivo, che rispetto agli altri due abbracciò lo stile caravaggesco traducendolo con un incedere quasi fiammingo, ricco di spunti anedottici.

(Mostra curata da  Elena Fumagalli  e Nadia Bastogi.)

LUCA NAVA