GIUSEPPE CALETTI: UNA NUOVA SCOPERTA A ISOLA DOVARESE SUL GRANDE PITTORE BAROCCO

 Giuseppe Cremonesi Caletti, Autoritratto, fonte Wikipedia

ISOLA DOVARESE (CR) Da un articolo uscito il 5 maggio 2024 sul quotidiano “La Provincia” a firma di Davide Luigi Bazzani si è appreso che recentemente a Isola Dovarese, con la viva partecipazione del Comune nella figura del sindaco Gianpaolo Gansi, la professoressa di storia dell’arte dell’Università di Ferrara Cecilia Vicentini, in collaborazione con la collega isolana Laura Berettera e il sostegno del parroco Antonio Loda Ghida, ha colmato alcune lacune, in particolare quella relativa alla data di nascita, presenti nella biografia del pittore Giuseppe Caletti, uno dei protagonisti dell’arte barocca ferrarese della prima metà del Seicento.  Le schede biografiche sul pittore, sino ad ora a disposizione degli studiosi, segnalano come data di nascita intorno al 1600 e quella di morte nell’anno 1660, ma non solo. Nel suo contributo all’Enciclopedia Treccani, Giacomo Bargellesi scrive addirittura che sono “ignoti luogo e data di nascita e di morte” di Caletti. La nebulosa che si è addensata intorno all’inizio e alla fine della parabola esistenziale del pittore, è stata fugata dalla scoperta negli atti di battesimo di fine Cinquecento presenti nell’archivio parrocchiale isolano che il Nostro è nato a Isola Gonzaga (l’attuale Isola Dovarese) facente parte dell’allora Stato di Bozzolo, il 9 febbraio 1599, figlio di Giuseppe e di Lucrezia, fratello di Pietro (o Pier) Antonio, anch’egli  battezzato nello stesso luogo nel 1594. La scoperta della studiosa Vicentini è scaturita dalla precedente acquisizione di un dato biografico importante riguardante il conferimento, avvenuto nel 1623, della cittadinanza ferrarese “per privilegio” al fratello di Giuseppe Caletti, ossia a Pietro (o Pier) Antonio, trasferitosi nella città estense tredici anni prima da Isola Gonzaga (ora Dovarese) situata nello Stato di Bozzolo. Quanto alla terra d’origine del pittore qui considerato, il letterato Girolamo Baruffaldi, cui si deve le Vite de’ pittori e scultori ferraresi, lo ritenne  proveniente da Cremona, considerando il fatto che il Caletti  firmava solitamente le sue opere con l’appellativo “Cremonese”. Nel suo importante regesto, il Baruffaldi elogiò il pittore e la sua copiosa produzione di dipinti sacri e profani e di acqueforti, riportando l’anno della sua scomparsa avvenuta, a suo dire, nel 1660. A ciò si aggiunge il fatto che le fonti citano erroneamente l’artista con il doppio nome ‘Giuseppe Maria’, quando invece si chiamava in realtà ‘Giuseppe Carlo’. Anche la data di morte appare controversa, per fortuna non il luogo che fu certamente Ferrara. Le fonti propendono per il 1660, quando recenti ricerche d’archivio hanno appurato che la vera data di morte è il 1641, quindi accaduta diciannove anni prima. Tale errore è abbastanza rilevante, se si considera che l’aspettativa di vita nel Seicento fu piuttosto bassa a seguito delle guerre, delle carestie e delle pestilenze. Con buona probabilità il Caletti si trasferì a Ferrara nel 1610 seguendo il fratello Pietro Antonio, di professione barbiere. La sua formazione artistica si basò, in buona parte, sullo studio dei grandi pittori del Cinquecento italiano tra cui Tiziano e Giorgione, della pittura di area ferrarese (in particolare quella di Dosso Dossi [1489-1542], dello Scarsellino [1550-1620] e di Carlo Bononi [1569-1632]) nonché bolognese segnata dal magistero di Ludovico Carracci (1555-1619) e di Guido Reni (1575-1642), consolidatasi probabilmente tra il 1615 e il 1621 presso la bottega di Guercino (1591-1666) a Cento, dove apprese “la sua pittura morbida, dal lumeggiare incisivo, con ombre profonde e un naturalismo di sapore prettamente padano”. Caletti fu un personaggio stravagante e spavaldo, frequentatore di taverne, giocatore d’azzardo e facile a sguainare la spada (ricorda, per certi versi, un po’ la vita trasandata di Caravaggio) che si vantava di non avere frequentato nessuna accademia di pittura e di superare in maestria lo stesso Tiziano. Non è un caso che la sua vasta produzione di tele, quadri devozionali, acqueforti e disegni destinata alla committenza ecclesiastica o privata contempli anche falsi d’autore (soprattutto di opere di Dosso Dossi e di Tiziano), venduti ai collezionisti privati di opere pittoriche, prevalentemente, di area veneziana. Non si esclude poi che si sia più volte allontanato da Ferrara alla ricerca di nuove committenze e di nuovi stimoli  stilistici offerti dai pittori più in voga del periodo. Il catalogo di Caletti si attesta sulle cento opere conservate nei principali musei d’Europa e d’oltreoceano, nonché facenti parte di prestigiose collezioni private. La piena integrazione nel panorama artistico ferrarese e la fervida attività del Nostro, apprezzata sia dai collezionisti che dai committenti, sono comprovate dal fatto che nel 1630 Caletti prese in affitto, grazie al favore del duca Francesco, uno studio in prossimità del castello estense. Il suo stile si adeguò, di volta in volta, alle esigenze del mercato d’arte e dell’antiquariato, seguendo anche la via della contraffazione, antichizzando, con l’impiego di una particolare patina pittorica, opere copiate tout court e spacciate per autentiche. Caletti subì anche l’influenza di pittori affermati come Costanzo Catanio (1602-1665)  e il caravaggesco Jan van Beyghem (1601-1654) proveniente dalle Fiandre. Cecilia Vicentini ha pubblicato nel 2017 sulla rivista «Studi di storia dell’arte» un contributo dal titolo Giuseppe Caletti da Cremona “ un pittore moderno in una bottega antiquaria” (pp. 193-200) su alcune opere inedite dell’artista di origine cremonese, mettendone in luce le peculiarità sia a livello stilistico che cromatico. Tra i dipinti del  vasto repertorio calettiano merita di essere citato il pregevole San Marco, custodito nella Pinacoteca Nazionale di Ferrara, opera composita, che vede l’evangelista, d’ascendenza guerciniana, con a fianco il leone, suo emblema, intento a scrivere il suo Vangelo, in un volume  poggiato sul ginocchio sinistro, consultando, allo stesso tempo, febbrilmente, un testo tenuto fermo su quello destro. Il protagonista è circondato da libri, uno di essi appare logorato dal troppo uso e uno è invece utilizzato addirittura a mo’ di sgabello. La figura di San Marco, privo di aureola, è la personificazione dello studioso umanista “amante dei libri”, fonte preziosa di ispirazione e di creatività, Il volume che sta consultando, mentre è dedito alla scrittura, è una vera cascata irruente di parole,che continua nelle pagine accartocciate posta a custodia sotto la zampa del leone, accorgimenti che conferiscono dinamicità all’opera. Sullo sfondo figura un paesaggio alla maniera di Dosso Dossi che fa da cornice alla scena del martirio dell’evangelista, già vescovo di Alessandria d’Egitto e avviato sul cammino della santità. Dopo la sua uccisione, il corpo del santo venne trascinato brutalmente da un’orda di sgherri, come narra la Legenda aurea di Jacopo da Varazze e come ripropone il Caletti nella sua tela. Seguono al San Marco opere di soggetto religioso come  La crocifissione di Gesù, Cristo fra i dottori, Gesù e i due discepoli sulla via di Emmaus, La Cena in Emmaus o a carattere biblico come Rebecca al pozzo, Susanna (o Betsabea) al bagno, Davide con la testa di Golia, in cui si può percepire l’abilità pittorica di Caletti molto vicina agli umori della pittura veneta, anche se, ad esempio, nel San Giorgio e nel Davide  della Pinacoteca di Ferrara (opere di soggetto sacro, ma dalla resa mondana), nell’Autoritratto o nella Caterina Cornaro che riceve una lettera dal Consiglio, Tancredi battezza Clorinda, il Caletti si cimenta in una pittura di genere in quanto i personaggi figurano come comparse teatrali, fortemente tipicizzati, i quali indossano costumi dai colori vivaci (giubbe, brache, cappelli piumati o semplici copricapi, camicie con maniche a sbuffo od orlate di pizzi) e portano armi e acconciature secondo la moda seicentesca. Alcune opere di piccolo formato appaiono come una sorta di ex-voto destinate al collezionismo privato, le quali, nonostante “corrive trascuratezze”, sono da definirsi fondamentalmente ”piacevoli, per innegabili qualità pittoriche”. Le ambientazioni di alcuni dipinti rimandano alle atmosfere da taverna di sapore caravaggesco. Da sottolineare è anche l’uso da parte del Caletti di una cromia ben meditata e sapiente nella resa dei soggetti raffigurati. Osservando le sue tele, si rimane colpiti, in particolar modo, dal frequente ricorso a macchie di colore rosso acceso, al bianco di piombo (biacca) steso con rapide pennellate nonché dall’abilità del pittore nell’inserire le lumeggiature e nell’ottenere gli effetti chiaroscurali. Sicuramente il Caletti tornò nella sua terra d’origine, il Cremonese, come documenta la pala visibile nella chiesa parrocchiale di San Giovanni decollato a Pieve Terzagni che ritrae un angelo custode che presenta al Salvatore assiso sulle nubi, circondato da cherubini e con in mano il globo crucigero, l’anima candida di un bambino, strappata al demonio che l’aveva già inserito nel libro dei dannati. Come sostiene il critico d’arte Marco Tanzi in un saggio dedicato a Giuseppe Caletti presente nel volume del 2015 La Zenobia di don Álvaro e altri studi sul Seicento tra la Bassa padana e l’Europa, la pala è giunta probabilmente da qualche chiesa del circondario, forse soppressa. Anche la vasta produzione di incisioni (celebre è il San Rocco) e disegni attesta la maestria non disgiunta da un certo eclettismo di Giuseppe Carlo Caletti che occupa nel panorama dell’arte barocca ferrarese un posto di rilievo. La recente scoperta isolana certamente invoglierà gli studiosi a rintracciare altre testimonianze pittoriche di Caletti in terra cremonese, la terra che, come ora sappiamo con certezza, gli diede i natali.

ERMINIO MORENGHI