
MILANO. Ci hanno sempre insegnato a tenerli separati di qua la poesia fatta di parole di là l’arte fatta di colori. A scuola c’era l’ora di italiano e l’ora di disegno come se fossero due stanze diverse credo sia una bugia una bugia comoda.
Poesie e arte hanno e sono la stessa urgenza, dare un corpo a ciò che non ha corpo. Un’emozione, un ricordo, una ferita. E per dimostrarvelo oggi vi porto delle testimonianze ma soprattutto due rivelazioni. La prima rivelazione Eugenio Montale, il nostro Nobel, il poeta più schivo, più asciutto del novecento…. Disegnava. Disegnava con pastelli e acquarelli. Ha imparato a Firenze alla fine degli anni 20 dal pittore Elio Romano, l’impasto dei colori l’uso dei pennelli. Nel 1966 esce addirittura un libro pastelli e disegni con una tiratura di 1000 copie numerate con la sua firma.
La seconda rivelazione, Giuseppe Castellani, il pittore del colore, l’artista che conoscete per le sue montagne, la sua Venezia la sua luce le sue creste di nuvola scriveva. Scriveva pensieri appunti poetici quasi diari. Per lui la parola era il primo schizzo del quadro. Ecco il nostro filo che unisce quando il poeta prende in mano il pennello e quando il pittore prende in mano la penna che cosa succede? Succede che la frontiera crolla. Partiamo da Montale ma per capire Montale dobbiamo fare un passo indietro in Francia. I simbolisti Baudelaire Verlaine Reimbud Mallarme’ cosa dicevano? Dicevano che il mondo non va descritto va evocato. La poesia non è un cartello stradale che ti dice dove sei è una musica che ti fa capire chi sei e se ti sei perso ti indica una strada ma in tutto questo c’è una verità più profonda. Il profumo, il colore, il suono ti rispondono lo dice Baudelaire lo riprende Montale il loro figlio più rigoroso. Lui non ci racconta mai la vita a muso duro ci mette davanti un frammento e ci lascia il silenzio attorno. Da ossi di seppia: “ meriggiare pallido e assorto presso un rovente muro d’orto”. Non c’è una storia. C’è un muro con sopra dei cocci di bottiglia aguzzi in un ora di caldo afoso . Eppure in quel muro c’è tutto il male di vivere, la prigionia, la fatica di esistere. Perché Montale disegna anche quando scrive? Perché il suo verso è visivo. È fatto di pochi tratti essenziali come un disegno a matita non aggiunge, toglie.
Come nei suoi pastelli una linea, una macchia di colore tanto bianco lasciato vuoto il bianco in Montale è importante quanto la parola è lo spazio dove entra il lettore. Quando Montale disegnava pesci, vasi. nature morte povere, faceva la stessa cosa che faceva con le poesie cercava di fermare un attimo che scappa, con il minimo indispensabile.
Passiamo adesso nella stanza dei colori con Oskar Kokoschka o Kukosha, viennese allievo di Klimt, ma molto più tormentato se Klimt decorava Kukosha graffiava. Lui è il poeta che invece di scrivere dipingeva. Prendiamo il suo quadro più famoso “la sposa del vento” la storia è nota: è lui e Alma Mahler, la donna più desiderata di Vienna, vedova di Mahler che lo ama e lo distrugge. La dipinge di notte mentre lei dorme serena sul suo petto e lui tiene gli occhi aperti divorato dalla gelosia dal terrore di perderla.
Guardate come la dipinge non ci sono contorni. C’è un vortice. Un blu nero un turbinio di lenzuola che sembrano onde di mare moto. I loro corpi non sono fermi si sciolgono l’uno nell’altro, ma non per amore ma per angoscia. Le sue mani, le mani di Kokosha sono enormi nodose non riescono ad abbracciare davvero. Questo non è un ritratto è una poesia d’amore o se preferite è una lettera d’amore che non è mai stata spedita. È una poesia di Montale urlata. Kokosha scriveva anche opere teatrali e poesie. Ma il suo vero linguaggio era la pennellata nervosa, veloce, che non nasconde nulla dell’anima. Diceva: dipingere un ritratto significa rendere visibile l’essere interiore. È quello che fa Montale con la poesia: ti guarda dentro e trova il tuo muro di cocci di bottiglia. Kokosha fa lo stesso ma con il colore.
Torniamo a Giuseppe Castellani proprio per chiudere un cerchio Castellani l’ho visto lavorare. Era un uomo mite riflessivo che ha passato una vita a interrogarsi su come si possa dare forma al sentimento senza retorica.
Per anni i suoi disegni volevano semplicemente raccontarci della natura. Prendeva una montagna, una nuvola una luce ed era come se volesse scrivere emozioni . Io ti controllo ti metto su tela per non farmi travolgere.
È come Montale in un gesto riusciva a mettere ordine nel caos. Ma poi le sue case le sue luci le sue montagne hanno cominciato ad aprirsi e il colore diventava materia denso, batterico, le forme le linee si sono fatte squarci, ferite aperture di luce. I suoi quadri non contengono …rivelano. E questo è accaduto perché Castellani prima di dipingere scriveva. Scriveva frasi brevi, pensieri che sono poesie in prosa. Parla di cicatrici che sono mappe di respiro della terra montana, di memorie di luce. La sua scrittura il suo scrivere è il suo disegno preparatorio è come se avesse bisogno di dire a parole ciò che poi dirà con i colori. Esattamente il contrario di Montale, che aveva bisogno di disegnare ciò che poi avrebbe detto a parole.
Se voi leggete un suo scritto e poi guardate un suo quadro, capirete che sono la stessa cosa e soprattutto hanno la stessa anima. Un quadro di Castellani non è un paesaggio è un verso pochi segni e tanto silenzio proprio come Montale. Castellani ci ha insegnato che la pittura quando è vera non vuole stupire, vuole commuovere. Vuole trasmettere quel sentimento che sta tra il dire e il non dire. Quella zona di mezzo dove abita la poesia.
Ma allora oggi che cosa ci rimane di questo viaggio? Ci rimane che Montale e Castellani pur partendo da opposti diversi ci dicono la stessa cosa e Kokosha in mezzo urla la stessa cosa ma con voce diversa: ma allora non esistono pittori e poeti. Esistono solo uomini e donne che hanno il coraggio di fermarsi davanti al muro. Montale si ferma davanti al muro e lo disegna con tre parole. Kukosha si ferma davanti allo stesso muro e lo graffia con il colore fino a farlo sanguinare Castellani si ferma davanti allo stesso muro lo apre e ci trova dentro la luce.
E noi oggi che leggiamo una poesia o guardiamo un quadro, cosa facciamo. Conosciamo quel muro, perché è il nostro punto di vista e di vita … poesia e arte sono due sorelle. Sono la stessa mano una volta tiene la penna una volta tiene il pennello. Ma il cuore che muove la mano è uno solo.
Claudio Ardigò