ARTEMISIA GENTILESCHI: UN NUOVO VOLUME SULLA GRANDE ARTISTA BAROCCA

La copertina del libro di Simone Fappanni

MILANO. Ti racconto Artemisia Gentileschi. L’artista del tèlos è il titolo del nuovo libro di Simone Fappanni, insegnante, critico, storico dell’arte e ideatore di Art is line blog, uscito in questi giorni nella collana dei Quaderni di Palazzo Duemiglia.

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Si tratta di un volume agile, arricchito da numerose illustrazioni a colori, che vuole essere un’introduzione alla poetica creativa di un’artista per troppo tempo ingiustamente dimenticata e ora al centro di una fortunata serie di esposizioni in Italia e all’estero e di un vivace dibattito.

Fappanni presenta questa figura attraverso un lavoro che si rivolge non soltanto agli esperti, ma anche a tutti coloro che desiderano conoscere o approfondire una personalità complessa che nel corso della sua esistenza è stata persino vittima di uno stupro, ma non per questo ha smesso di dipingere; anzi, ha trovato nell’arte il modo per emanciparsi in un contesto storico, quello legato all’epoca barocca, che relegava le donne ai margini del mondo delle Beaux-Arts.

La lettura delle principali opere della pittrice romana si configura, quindi, come un viaggio alla scoperta di un talento assoluto, capace di dare vita ad immagini particolarmente evocative in grado di coinvolgere profondamente.

Dai primi passi nella fiorente bottega del padre, Orazio Lomi Gentileschi, dove ha iniziato a mettere in mostra le sue doti creative cristalline, al doloroso processo per la violenza subita, fino ai soggiorni in Toscana, a Napoli, a Venezia e persino in Inghilterra, Artemisia ha sempre espresso un’arte con caratteri alquanto personali, riuscendo persino a guadagnarsi la fiducia di importanti committenti, grazie anche alla brillante capacità di gestire la diffusione dei suoi quadri.

E seppure i suoi riferimenti principali sono stati, molto probabilmente, l’illustre padre e Caravaggio, peraltro mai imitati pedissequamente, ma anzi presi quasi “a modello” per plasmare il suo stile, ha realizzato una quadreria che si connota per un’ampia gamma di soggetti.

Tant’è vero che la sua produzione spazia agilmente dal sacro al mitologico, passando per la ritrattistica, con particolare attenzione a quelle eroine del passato che sono diventate emblema di libertà, mentale prima ancora che fisica, in cui per certi versi pare di “ritrovare” – com’è stato fatto osservare dalla critica – la stessa Gentileschi che, dunque, è veramente, come indica il sottotitolo di questo volume, “l’artista del tèlos”.

Simone Fappanni accanto al dipinto Sansone e Dalila di Artemisia Gentileschi (Collezione Intesa Sanpaolo, Gallerie d’Italia – Palazzo Zevallos Stigliano, Napoli) riprodotto nel libro.

INTERVISTA ALL’AUTORE

Un altro libro su Artemisia? «Direi un libro “diverso” su Artemisia, un compendio che vuole essere una guida, anche per i non “addetti ai lavori” per avvicinare una pittrice dal talento cristallino, per troppo tempo sottovalutata e dimenticata».

Per quali motivi? «Le ragioni sono diverse e oggetto di discussione fra i critici. Le principali sono legate al fatto che, nel Seicento, era rarissimo che una donna potesse riuscire ad avere tanto successo nell’arte. Anzi, erano praticamente escluse dai consessi e dalle accademie che potevano spianare la strada ad ottenere importanti commissioni. Pertanto, dopo la sua morte, cadde nell’oblio. Inoltre, molti suoi lavori furono attribuiti al padre, Orazio Gentileschi. Non da ultimo, com’è noto, fu vittima di stupro e il processo che ne derivò ebbe un grande clamore. Venne addirittura torturata e sottoposta a pubbliche visite ginecologiche per “accertare la verità”. Lei confermò tenacemente di essere stata violentata. Purtroppo l’autore di questo atto inqualificabile ottenne una condanna ridicola, ovvero lasciare Roma, la città dove lavorava. E l’opinione pubblica, per usare un termine moderno, non si schierò con lei, tant’è vero che si guadagnò l’ingiusta nomea di persona poco seria».

Come ha influito su Artemisia questo fatto? «Il trauma dello stupro e quello di un dibattimento conclusosi sostanzialmente a suo sfavore ha condizionato non solo la sua vita ma, secondo una parte della critica, m anche una parte della sua pittura, come ad esempio la violenza presente in una delle sue tele più famose, Giuditta che decapita Oloferne, di cui conosciamo due versioni di mano certa, una conservata a Capodimonte, l’altra agli Uffizi».

C’è un quadro che più la rappresenta? «L’opera che, a mio avviso, la rappresenta in maniera più efficace è il suo celebre Autoritratto in veste di pittura, riprodotto nelle prime pagine del libro. In esso si rappresenta in abiti da lavoro, con un semplice grembiule, anziché in abili eleganti corredati da preziosi gioielli. In questo modo sembra volere affermare la sua identità di artista».

Qual è la sua “eredità artistica”? «Sicuramente quella di una grande pittrice barocca, capace di affrontare temi complessi e affascinanti infondendo in essi una cifra stilistica molto personale, sia nei soggetti sacri che in quelli, per così dire, laici, andando a toccare, con molta raffinatezza, persino tematiche erotiche e sensuali. Non di meno, e qui mi riferisco a lavori attribuiti a lei recentemente, pezzi in cui si osserva l’attenzione verso donne che hanno subito violenza, come Lucrezia».

Video presentazione del libro Ti racconto Artemisia Gentileschi. L’artista del tèlos di Simone Fappanni
Articolo sul mensile “Archivio”
Articolo sul settimanale “Il Gazzettino nuovo”
Articolo su La Provincia

Articolo su La Provincia
Articolo su Exibart
Articolo su “Cremonaoggi”