IL GIORNO IN CUI LA MASCHERA CADDE

Arduini Quintini, il Dandy

MILANO. L’artista e studioso d’arte Arduino Quintini ci propone un affascinante racconto denso di significati dal titolo Il Giorno in cui la maschera cadde.

Desidero esporvi un racconto

Un racconto che parla di un pittore,

ma anche di ciascuno di noi.

Perché tutti, prima o poi,

ci troviamo davanti allo stesso momento:

il momento in cui la maschera cade.

Non parlo di una maschera di carnevale,

né di un trucco leggero che si scioglie alla prima lacrima.

Parlo della maschera più profonda,

quella che indossiamo spesso senza rendercene conto

è un racconto surreale,

Un racconto che chiede aiuto alla vostra immaginazione,

Ho bisogno della Vostra immaginazione

come motore che scardina la logica

per fare emergere ciò che normalmente rimane nascosto.

Dicevo, è la storia surreale di un pittore

Che vive in una casa silenziosa,

una casa che sembra costruita più per custodire quadri

che per ospitare persone.

Le pareti sono coperte di tele.

Centinaia di tele che raffigurano volti

Volti che lo osservano:

volti sorridenti, volti malinconici,

volti che sembrano sapere qualcosa che lui non ricorda più.

La gente chiama questo pittore maestro.

Dicono che nessuno come lui sa catturare l’essenza di un volto.

Ma lui, ogni mattina,

quando entra nel suo studio,

sente un peso sul petto.

Perché sa che non ha mai dipinto un volto vero.

Ha dipinto solo ciò che gli altri volevano vedere.

Ha dipinto solo ciò che lui stesso è capace di mostrare.

Ha quindi dipinto più che volti maschere

e le maschere, si sa, non parlano.

Tacciono. Proteggono.

Di certo Mentono.

Un pomeriggio d’inverno,

mentre lavora a un nuovo ritratto di se stesso

quindi un autoritratto

accade qualcosa che non ha previsto.

Ha appena tracciato la curva di uno zigomo,

quando la luce cambia .

È come se il mondo avesse, in quel momento, trattenuto il respiro.

Il pittore si ferma

Guarda la tela.

E vede … una crepa.

Non una crepa nella tela,

ma una crepa nel volto.

Come se la maschera che sta dipingendo

si incrinasse dall’interno,

come se qualcosa, sotto la superficie,

stesse cercando di uscire.

Si avvicina meglio,

sfiora la crepa con il pollice.

Il colore è fresco,

E la crepa è viva.

Sembra un invito.

Un varco.

Un varco che assume la forma di Una domanda.

La maschera quando cade , cade all’interno o all’esterno nostro ?

Le maschere non cadono solo perché qualcuno le strappa.

Cadono perché qualcosa, dentro noi

non regge più.

Forse un dubbio.

Una stanchezza.

Una verità che preme come acqua dietro a una diga.

Il pittore sente un tremito nelle mani.

Non è paura.

È riconoscersi

Quella crepa non è dunque un errore.

È un ritorno.

E allora fa un gesto che non ha mai osato fare:

passa il pollice sulla crepa e la allarga.

Il volto dipinto si deforma ,

si apre,

è come si rompesse.

Il volto che emerge è un volto più giovane

Sotto la maschera non c’è un volto nuovo.

C’è il volto in cui lui si riconosce, il suo volto ,

quello che ha avuto

prima che il mondo gli chiedesse di essere forte,

prima che la vita gli chiedesse di essere impeccabile,

prima che l’arte gli chiedesse di essere maestro.

È il volto di un ragazzo che aveva paura di non essere abbastanza.

Abbastanza per cosa poi?

Si ricordò che

Ogni volta che qualcuno gli diceva “bravo”, lui intimamente sentiva “quasi”.

Ogni volta che gli dicevano “ci sei”, lui sentiva “ ci sei ma non del tutto”.

Ogni volta che si guardava allo specchio, poi… non si piaceva

Quel non abbastanza lo induceva così a correre

E più correva, più la meta si spostava in avanti

Come un miraggio.

Come se “abbastanza” fosse una parola inventata per tenerlo in ginocchio.

E allora comprende qualcosa che nessuno gli ha mai detto:

la maschera non nasconde una identità .

La maschera nasconde un conflitto.

Il conflitto tra ciò che siamo

e ciò che vorremmo essere.

Tra ciò che mostriamo

e ciò che temiamo di mostrare

Tra la necessità di proteggerci

e il desiderio di essere compresi.

Quando la maschera cade,

quel conflitto torna a parlare.

E non è mai un sussurro.

È un grido.

Il pittore ora prende il pennello.

Non per ricostruire la maschera.

Non per riparare il volto.

Ma per seguire la ferita

Per vedere dove lo porta quella crepa,

E inseguendo la crepa

dipinge come non aveva mai dipinto.

Dipinge non più per compiacere.

Dipinge per capire.

Dipinge per attraversare.

Dipinge per sopravvivere.

La maschera è caduta.

E compare il primo volto che può davvero guardare il mondo

senza abbassare gli occhi.

Un volto che pone una domanda

di una semplicità terribile.

E adesso?”

Il pittore non ha una risposta.

Nessuno ce l’ha, quando la maschera cade.

Perché quando la maschera cade,

Si tratta di sopravvivenza.

E il pittore sente qualcosa che non provava da anni:

Sente il battito del proprio cuore.

Un battito irregolare,

imperfetto, umano.

Di nuovo Si avvicina alla tela.

Sfiora il volto che ha dipinto.

E in quell’istante,

accade qualcosa che nessun maestro gli ha mai insegnato: piangere.

E il pittore piange.

Non lacrime di tristezza.

Non lacrime di gioia.

Lacrime di riconoscimento.

Perché in quel volto imperfetto,

in quella crepa vede finalmente sé stesso.

ritrova l’ uomo che aveva dimenticato di essere.

E allora comprende

Comprende che la maschera non cade per distruggere.

Cade per liberare.

Cade per far entrare aria dove non si respirava più.

Cade per far entrare luce dove non si vedeva più.

Cade per far entrare verità dove non si osava più guardare.

La maschera cade, e in quell’istante comprende

Che la verità finalmente osa respirare.

Una verità che nascondiamo per la paura dell’altro

Caduta la paura , la luce trova un luogo dove entrare.

E così, dopo aver attraversato la storia del pittore,

dopo aver visto la sua maschera incrinarsi e cadere ,

dopo aver assistito alla nascita del volto nuovo,

arriviamo all’epilogo di questa surreale storia

La stanza è la stessa, ma ora vuota

Il pittore … è uscito.

Ha lasciato il suo studio

Ora immaginate questo studio deserto e immerso nel silenzio,

Le tele che coprono le pareti sono le stesse.

Immobili figure , però ora prive di uno sguardo

poiché è ora inutile lo sguardo, non serve più a rassicurare.

In questo silenzio …un volto , tra i molti volti dipinti

Pare trattenere un respiro

Sente la necessità di parlare

Il Dandy.

Il suo volto geometrico, impeccabile,

costruito come un’architettura di eccessiva eleganza

Il suo sguardo illuminato da lenti colorate…

Non si trattiene più e rivolgendosi a noi ci parla:

Avete seguito la storia del pittore?

Avete visto cadere la sua maschera?

Io , tra le tante , sono stato per un certo tempo la sua maschera,

sono stato la sua forza.

La sua disciplina.

La sua eleganza.

La sua difesa.

Sono nato dal suo bisogno di essere accettato,

dal suo timore di essere giudicato,

dal suo desiderio di non essere ferito.

Io sono stato la maschera che ha indossato per vivere nel mondo.

tutti parlano della maschera come di un inganno.

Un trucco.

Un velo.

Un tradimento.

nessuno dice mai la verità più semplice:

Il mondo reale intimorisce l’uomo

non perché sia ostile in sé,

ma perché ricorda continuamente all’uomo

ciò che non può controllare.

Il cuore umano ama l’ordine, la prevedibilità, la narrazione lineare.

La realtà, invece, è un organismo vivo: cambia direzione senza avvisare,

smentisce le nostre certezze, ci espone alla vulnerabilità.

È caos puro, un vento che cambia repentinamente direzione

E tu …tu sei solo un corpo che tenta di non essere spazzato via.

Il mondo reale è più vasto di noi .

Questa sproporzione genera vertigine.

la realtà non si piega alla volontà,

e questo mette a nudo la nostra fragilità.

il reale ci obbliga a scegliere — e ogni scelta è una rinuncia, un piccolo lutto.

Il reale è uno specchio che non mente.

L’uomo teme il mondo reale

La vita non accade nelle zone di conforto,

ma accade nelle crepe, negli imprevisti, nelle fratture

che ci obbligano a respirare più profondamente.

La paura del reale è la misura del nostro desiderio di vivere.

Eppure, è proprio questa paura che ci fa crescere

E allora indossi questa maschera

La Indossi perché ti permette di avanzare

in un universo che non ha intenzione di rassicurarti

La indossi perché senza di lei saresti nudo

davanti a un cielo abitato dal caos.

Ma non credere che sia un gesto di codardia.

È un atto di equilibrio.

Come il funambolo ,lassù sul filo ,non cammina senza asta,

l’asta aiuta il suo equilibrio.

E forse — forse — un giorno avrai abbastanza ordine dentro di te

da poterla togliere questa maschera

Da poter dire: “Ecco, questo sono io, senza filtri, senza difese.”

Ma fino ad allora…

Non abbandonare questa fragile geometria.

Questo volto che non è una bugia,

ma un temporaneo aiuto al tuo equilibrio

Perché nel caos del mondo,

ciò che indossiamo non ci nasconde.

Ci protegge.

E ci permette — almeno per un istante —

di continuare a danzare.

E sappi che …

La maschera cade solo quando il volto è pronto a nascere.

ARDUINO QUINTINI