
SAVIGANO. Una infanzia illustrata”. Chine – Tempere – Acquarelli” (1973-2003) (Pazzini editore, 2025) conduce nella sua passione di narratore che ha per mezzo e per oggetto la pittura.
“Ė una riflessione che faccio ‘da storico’ sul valore della memoria, ma più da pittore che da scrittore, e anzi direi da illustratore” spiegava nella presentazione del suo recente volume “Burdèl” che aveva a sottotitolo “Esercizi a memoria”. “Mi aggancio a quello che da una parte, come in Fellini e in Guerra, era un modo di rapportarsi alla memoria rivissuta nella lingua madre del dialetto, dall’altra ad un tipo di memoria sensoriale, come per il Pascoli, poeta della sensibilità percettiva, fatta di odori, luce, colori”.
L’incanto di un mondo che era ancora pervaso, per Tonino Guerra, “dall’attesa di un miracolo nella propria vita, che si può descrivere nei termini di quel mito del Paradiso perduto, che è l’infanzia di ciascuno”, e che per Garattoni si rinviene nell’incanto di quei “luoghi della memoria” che sono da lui ritrovati come “a occhi chiusi’ facendosi guidare “da un soprassalto, un colore, un’ora del giorno”.
“L’immaginario avventuroso del sogno pittorico dell’infanzia”, si fa quindi codice di segni da decifrare di una vita rivissuta quasi come in un sogno, fatta di memorie poetiche in cui la dimensione del ricordo porta a riconoscere il silenzio come rifugio, nell’insistita presenza, quasi come in un emblema, dei segni del tempo che germogliano da gesti e vita quotidiana: il silenzio della casa, il mare, le stagioni, le vecchie soffitte.
Come nei suoi racconti in prosa, anche sulla tela rincorre quelle illuminazioni ad occhi aperti, dove il sogno e il mistero hanno il loro riparo nella certezza e nella bellezza del quotidiano. Unendo segno e pittura, la luce di un pensiero getta stupore e meraviglia dell’esistente, fruga nella polvere del tempo, gratta le macchie di ruggine, mette il dito nelle crepe, nel fluire dell’esistente. Solidi gli strumenti, i “vecchi arnesi”, ferri e ferrivecchi del mestiere, emblemi dell’operatività divenuti immagini simboliche, pervase da una loro laica sacralità: le stadere, i ferri da striro, inchiostri e calamai, balocchi e strumenti da banda, le onnipresenti biciclette, quelle recanti simbologie domestiche, come fiaschi e fiaschette (“in un certo senso antropomorfe”), e poi stufe in ghisa, banchi da lavoro e banchi scolastici, chiavi e chiavistelli che aprivano canterani e comò, dove ritrovare carte private, lettere, foto di album du famiglia, perché “la memoria è amica dei simboli”, e “la memoria visiva”, dice Garattoni, “è impressionistica”.
Sono pertanto queste “presenze istruttive, facili all’interpretazione del tempo”, che come aggiunge citando Federico Fellini: “è solo un’illusione, solo la memoria è reale”, e che si ritrovano anche riattraversando nella memoria quiete e silenziose camere contadine (“Mattino in Romagna)”, gli anditi polverosi e dimenticati di vecchi cinematografi di paese, o nel contemplare “paesaggi aperti senza nome, che si direbbero di una vastità americana, che in realtà è il respiro proprio dell’infanzia”, un vecchio campo d’aviazione, aie deserte dove carri, carretti, trattori sono fermi nelle “ore d’estate nella memoria”, come “sogni di fuga di una stagione di immobilità e desolazione che imprevedibilmente può trovare nella sua memoria una poesia”.
Illuminazioni di tempo e memoria che si muovono per Garattoni sulla scia dei maestri, come il segno lasciato dalla poetica didattica artistica di “Arte per nulla” dell’artista santarcangiolese Federico Moroni, che “mi firmò semplicemente una copia del suo libro. A fronte una dedica “A Roberto questo mio sillabario”, con la calligrafia grande, elegante, veloce proprio da vecchio maestro abituato a scrivere i giudizi di incoraggiamento ‘Buono” e “Lodevole” sui quaderni”.
E nel credito riconosciuto alle nature morte di Giorgio Morandi, solide e imponenti, dove l’apparente semplicità dei contenuti (vasi, bottiglie, ciotole, fiori, paesaggi) viene esaltata dal modo di trattare il colore, di scegliere le armonie cromatiche, di stendere la pittura ad olio in impasti densi e materici, e i pochi colori utilizzati nella sua tavolozza sono perlopiù tonalità neutre di bruno e di grigio, colori concreti, solidi, discreti
MARCELLO TOSI