
Ben più di una chiesa, ben altro che muri e pittura: è un viaggio attraverso la malinconia e la forza unita alle aspirazioni e ai codici d’onore di uomini e donne, trovatisi a vivere in un’epoca di transizione.
Custodito dal mondo contemporaneo, queste storie che testimoniano un passato autentico e sanguigno, tanto per l’uso della la spada, quanto per quello dell’aderenza alla fede, sono avvicinabili solo a chi lo faccia con spirito archeologico autentico.
Sorge su di un poggio accanto al cimitero, raramente visitabile, la chiesa di S.Sebastiano potrebbe risalire, nella fondazione, agli inizi del Duecento e fu certamente quantomeno ristrutturata nel Quattrocento.
Tuttavja il primo documento che ne parla risale solo al 1584, quando viene definita “ecclesiam campestrem”.
Ma non si tratta di una definizione recante di scarsa considerazioneEdificata in uno stile di transizione tra il romanico e il gotico,denuncia l’origine rustica nella semplicità della sua architettura, realizzata nel tipico cotto rosso della padania¹.
Il più antico documento che ne testimonia l’esistenza dsta 1584. Qui la chiesa è definita “ecclesiam campestrem”, ma viene anche riportato che un tempo era stata la chiesa parrocchiale del luogo, costruita presumibilmente nei primi anni del Quattrocento.
Se il sito riveste particolare importanza per l’architettura, non meno rilevante è la presenza in ottimo stato conservativo, degli affreschi,⅔ soprattutto dopo gli interventi di tutela svoltisi fra il 2003 e il 2009..
Come spesso accade a chi vive nel XXI secolo, appare forte il contrasto fra la frugalita della facciata principale della chiesa, che si presenta in semplici mattoni a vista, come tutto l’edificio, con la percezione di preziosità interna dovuta a un.moltiplicarsi di punti catalizzato³ lo sguardo, ricavati attentamente dalla combinazione di profili architettonici in qualche modo autonomi rispetto al contesto, e le modalità decorative ad affresco.
La struttura interna è a pianta basilicale con tre navate piuttosto lunghe. Si tratta di una quindicina di metri con copertura a volte a crociera sorrette da pilastri e un presbiterio.⅘
Quest’ultimo costituisce il prolungamento della navata centrale oltre l’arco santo e una orobabile iconostasi originaria, oggi non presente.
Il portale principale⅚ si presenta gia a sesto acuto pur mantenendo una cornice in cotto: questo pone la chiesa ancora legata ai modelli decorativi romanici.⁶
A tal proposito il confronto con la chiesa coeva di Viboldone, che reca modanature in colore chiaro, conferma tale tendenza.⁷
Ma come si diceva la particolarità qui è la presenza di piccoli nuclei architettonici che vivono di un’autonomia tutta loro.⁸
Un esempio ne è la parete di fondo della navata sinistra che presenta un’apertura tonda segnata da una cornice,⁹ anche qui in cotto, a foglie di cardo selvatico.
Ancora, presso la parete sud un’apertura rettangolare¹⁰ con serramento in legno a due battenti immette nel cimitero e al centro della navata maggiore due botole¹¹in pietra introducono nel sottostante ossario¹²: passaggio quest’ultimo che reca particolare suggestione nella discesa fisica in quello spazio.
Tra il XV e il XVI secolo l’interno fu interamente affrescato, grazie all’intervento di ricche famiglie locali, i Bosio e i Vaudano.¹³
Sono casate i cui stemmi sono ancora dipinti sui capitelli di due colonne all’interno, ma si tratta di uno dei presidi fra i molti che le due casate dovettero curare.
La molteplicità disorganica¹⁴ degli interventi di affresco in quel passaggio di secolo ricolmo di nuove suggestioni derivanti “dall’autunno del medioevo”¹⁵ evidente nel ripetersi di alcuni temi, evidenzia che in essa operarono pittori in formazione accanto a maestri esperti.¹⁶
Nella volta del presbiterio si presenta un affresco realizzato tra il 1440 e il 1450.
Attribuito a Guglielmo Fantini, pittore di origine chierese, formatosi sugli esempi di Giacomo Jaquerio, questo spazio in penombra porta con se la xarica di intensita spirituale che si scorge nellopera del suo maestro a Ranverso¹⁷.
Quattro somo le vele della volta del presbiterio¹⁸ ove sono raffigurati l’incoronazione della Vergine, gli Evangelisti e i due più popolari santi guaritori, ossia sant’Antonio Abate e san Sebastiano.
La Crocifissione affrescata sulla parete di fondo del presbiterio e le scene della Passione in parte sopravvissute sulle pareti, databili al terzo quarto del Quattrocento¹⁸, fanno testo a se.
Incredibilmente anonime, queste opere sono opera di un grande pittore per certi versi ancora misterioso, partecipe di una cultura gotico-internazionale di matrice lombard, e a parere di chi scrive non è escluso che le mani possano essere le stesse che hanno operato a Viboldone.¹⁹
Il nome che compare ai piedi del Cristo crocifisso “Antonius de Manzaniis”²⁰viene interpretato come la firma dell’artista, del quale tuttavia non ci sono altre registrazioni di pagamento o citazioni in atti fondativ²¹.
Nelle prime tre campate della navata sud sono affrescati gli apostoli con il Cristo risorto: qui i santi che s’accompagnano, per la loro specifica virtù carismatica non sono scelti a caso: san Tommaso che verifica la piaga del costato di Cristo e vari santi e sante fra cuisan Dario Vescovo, san Michele Arcangelo, san Giacomo maggiore, santa Scolastica e santa Pudenziana.²³
Sulla volta della terza cappella sempre a sud della navata sinistra, si narra la leggenda medievale di San Domingo de la Calzada, o “miracolo dell’impiccato”,²⁴ legata al pellegrinaggio verso Santiago di Galizia.
Anche in questo caso si tratta di affreschi opera di un raffinato pittore convenzionalmente definito con nome di comodo “pseudo Jacopino Longo”²⁵ per l’affinità con l’opera matura di Jacopino.
La mano qui però si differenzia per lo stile ormai pienamente rinascimentale che si ravvede anche negli affreschi del sottarco della fine della navata sud.²⁶
La quarta cappella della navata sinistra è dedicata ai santi Stefano e Lorenzo, i due primi martiri del cristianesimo. Il pittore, attivo a Pecetto²⁷, pur operando anch’egli fra il sesto e il settimo decennio del ‘400, mostra una cultura ancora medievale, un lento incedere narrativo e contemplativo,²⁹con forti accentuazioni espressive.
Questo è particolarmente evidente nel realismo con cui rappresenta l’accanimento dei persecutori¾⁰.
La scena sulla parete di fondo che san Lorenzo che guarisce un cieco, allude forse ad una grazia ricevuta o invocata da uno dei committente degli affreschi, dal momento che il viso del miracolato è un vero ritratto, di grande finezza psicologica come solo artisti dall’intensa partecipazione spirituale del tempo sapevano mostrare³¹.
Di grande fascino nonche importanza, rivestel’affresco posto sulla controfacciata di nord di autore certo, sussistendo documentazione: fu realizzato nel 1508 da Jacopino Longo e raffigurante la Natività, prima opera datata pervenutaci dall’artista.
Nel complesso ci si trova davanti a uno scrigno checustodisce il materiale culturale che riassume un’epoca alla fine e una che inizia.
Si sente il travaglio interiore delle problematiche sollevate da Duns Scoto e Occam, ma la fiducia nella presenza autorevole di uno sguardo dall’alto ancora permane.
Ma quel mondo sta per finire: mentre si ultimavano gli affreschi in questa chiesa, in Toscana Marsilio Ficino cominciava a tradurre il “corpus ermeticum” riportato dall’Oriente dal monaco Leonardo da Pistoia: sta per ri-aprirsi il velo sull’antichita’ che cristiana non fu.³³
Text/ Bibliografia: Nava Luca nava.luca75@gmail.com