SUL LEGGERE. Quattro fotografi, una città e lo sguardo come forma di lettura

Robert Doisneau, Le baiser de l’Hôtel de Ville, Paris 1950 © Robert Doisneau, press kit Studioesseci

PORDENONE. La stagione fotografica “Sul leggere”, promossa dal Comune di Pordenone e prodotta da Suazes, è molto più di un insieme di mostre: è un progetto corale che trasforma la città in un laboratorio visivo, in un luogo dove la fotografia diventa strumento di interpretazione del mondo, un modo di “leggere” le persone, le storie, la memoria. Robert Doisneau, Olivia Arthur, Seiichi Furuya e Stefanie Moshammer compongono una quadrilogia di sensibilità che attraversa quasi un secolo di storia dell’immagine, costruendo un dialogo ricco e stratificato fra reportage, memoria, intimità e narrazione personale. La grande retrospettiva dedicata a Doisneau, ospitata alla Galleria Harry Bertoia, raccoglie oltre 130 fotografie e offre un ritratto completo dell’autore francese: dalla Parigi degli anni Trenta al dopoguerra, dai ritratti di strada alle commissioni industriali. Le immagini realizzate alla manifattura tessile di Aubusson nel 1945 — “luoghi dove il lavoro è una poesia dura”, così li definiva Doisneau — diventano un contrappunto perfetto con la storia produttiva del territorio pordenonese, ricordando quanto il fotografo fosse capace di trovare dignità e grazia anche nei gesti più quotidiani. Olivia Arthur, con il suo sguardo limpido e umanista, porta in città un’intimità che non è mai voyeurismo ma ascolto: i suoi lavori affrontano temi come identità, migrazione, fragilità sociale, e lo fanno con una delicatezza che trasforma l’immagine in relazione e i corpi in storie. La fotografia è per Arthur un incontro, mai una cattura. Seiichi Furuya propone invece una riflessione sulla memoria e sul tempo attraverso il dialogo con l’opera di Christine Gössler: le sue immagini sono frammenti che sembrano emergere da uno spazio interiore, una memoria visiva che non si limita a documentare ma riapre ferite, domande, tenerezze. Come scriveva Roland Barthes: “La fotografia è il certificato di presenza di qualcosa che non è più qui”. In Furuya questa frase sembra farsi materia. Stefanie Moshammer chiude il percorso portando nei Mercati Culturali un progetto che intreccia fotografie, oggetti, appunti, ricordi dei suoi nonni dell’Alta Austria, trasformando l’atto fotografico in una forma di archeologia affettiva. Le sue opere sono pagine di un diario che non vuole spiegare, ma evocare: l’infanzia, il tempo, la fragilità, il senso domestico della vita. “Sul leggere” funziona perché non impone un tema, lo suggerisce. Non chiede allo spettatore di trovare una risposta univoca, ma lo invita a riflettere su cosa significhi leggere un’immagine e, allo stesso tempo, leggere il mondo. È una stagione che mostra quanto la fotografia sia ancora oggi un linguaggio capace di costruire ponti, identità, comunità. In un’epoca in cui guardiamo molto ma osserviamo poco, questa rassegna ricorda che vedere è un atto morale: implica attenzione, cura, responsabilità.