
CREMONA. Cremona Art Fair 2026 (oggi alle seconda giornata, domani la conclusione) raggiunge una soglia diversa della propria “storia”. La quarta edizione segna infatti un passaggio netto: non soltanto per i numeri, che raccontano di 66 realtà coinvolte tra gallerie, editori e istituzioni, ma soprattutto per una fisionomia ormai riconoscibile, capace di distinguersi nel panorama fieristico italiano senza inseguire modelli preconfezionati.
La Main Section, con le sue 43 gallerie, costituisce il centro nevralgico della fiera. È qui che emerge con maggiore evidenza la volontà di tenere insieme Novecento storico e ricerca contemporanea senza creare separazioni artificiali. Le opere dialogano tra loro non in base alla cronologia, ma attraverso tensioni, assonanze, interferenze visive. Pittura e scultura tornano protagoniste, ma senza alcuna nostalgia. Appaiono invece come linguaggi ancora aperti, attraversabili, capaci di assorbire le trasformazioni culturali del presente.
In questo contesto, la presenza di quadri di maestri come Giorgio de Chirico assume un significato particolare. Le sue architetture sospese, i vuoti metafisici, la sensazione di tempo immobile che attraversa le sue opere sembrano oggi incredibilmente attuali. La sua pittura continua a suggerire un’idea di immagine come enigma, come spazio mentale più che narrativo.
Accanto a lui, la grafica di Marc Chagall, presentata da diverse gallerie, introduce invece una dimensione emotiva e visionaria fatta di leggerezza, memoria e slittamento poetico. Figure fluttuanti, cromie intense e atmosfere sospese costruiscono una parentesi lirica dentro una contemporaneità spesso dominata dall’eccesso di velocità.

Di segno completamente diverso l’impatto di pezzi di Andy Warhol, il cui immaginario seriale appare ormai quasi indistinguibile dalla cultura visuale contemporanea. Guardare oggi le sue opere significa osservare le radici di un mondo fondato sulla riproducibilità infinita delle immagini, sulla spettacolarizzazione della superficie, sulla trasformazione dell’identità in linguaggio visivo. Warhol non appare come un classico del passato, ma come un autore che continua a parlare direttamente al presente.
La presenza di lavori di Enrico Baj introduce invece una componente ironica e destabilizzante. Le sue figure deformate, assemblate, provocatorie mantengono intatta una capacità di mettere in crisi lo sguardo. Baj attraversa la fiera come una forza laterale, capace di interrompere ogni tentazione di rigidità estetica. In parallelo, la pittura di Umberto Lilloni lavora in direzione opposta: rarefazione, luce, sospensione atmosferica. Le sue opere introducono una dimensione contemplativa che rallenta il ritmo della visione e restituisce centralità alla percezione.
I lavori di Mark Kostabi portano dentro la fiera una riflessione ancora attualissima sul rapporto tra arte, immagine e sistema economico. Le sue figure anonime e teatrali sembrano raccontare un’umanità costruita attraverso maschere, rappresentazioni e strategie di riconoscibilità. La sua pittura continua a interrogare il ruolo stesso dell’artista all’interno del mercato globale dell’arte.
Anche il lavoro di Rognoni, presentato dalla Galleria B&B, con diversi pezzi, si inserisce con coerenza in questo scenario, attraverso una ricerca segnica e materica che evita l’immediatezza e preferisce costruire superfici dense, stratificate, attraversate da tensioni interne. La sua presenza conferma come la pittura possa ancora essere territorio di ricerca e non semplice esercizio stilistico.
Ma la forza della Main Section non risiede soltanto nella qualità dei singoli nomi. È l’insieme a funzionare: una geografia di gallerie che evita l’effetto vetrina e costruisce invece un paesaggio complesso, attraversato da differenti approcci . Alcuni stand privilegiano il dialogo tra generazioni, altri puntano sulla coerenza progettuale, altri ancora lavorano sulla contaminazione tra media differenti. Ne emerge una scena articolata, mai completamente omologata.

L’apertura internazionale non rappresenta un elemento decorativo. Le gallerie provenienti da sei Paesi differenti introducono altri ritmi, altre sensibilità, altre urgenze culturali. Questo allargamento dello sguardo permette alla fiera di sottrarsi a una dimensione esclusivamente autoreferenziale. In tale prospettiva si inserisce anche il progetto dedicato al Gruppo OHO, esperienza radicale nata in Slovenia alla fine degli anni Sessanta e ancora oggi sorprendentemente attuale. La loro capacità di dissolvere i confini tra arte, vita, natura e azione collettiva continua a dialogare con molte ricerche contemporanee orientate verso pratiche relazionali e processuali.
Accanto alla tensione internazionale, resta centrale il lavoro sulla memoria storica. Il focus dedicato ad Aligi Sassu non appare come un omaggio celebrativo, ma come la riattivazione di una figura che ha attraversato il Novecento mantenendo una forte autonomia linguistica. Il suo colore diretto, fisico, quasi impulsivo continua a esercitare una forza particolare. Sassu emerge qui non come artista storicizzato, ma come presenza ancora capace di interrogare il presente attraverso energia pittorica e intensità emotiva.
Se la Main Section costruisce una narrazione ampia e stratificata, Art Projects lavora invece per concentrazione. Qui il formato cambia radicalmente: solo show, dialoghi mirati, progetti curatoriali che chiedono attenzione e tempo. È uno spazio in cui la pittura si espande e si mette continuamente in discussione, contaminandosi con fotografia, installazione, linguaggi digitali e pratiche ibride.
Materia, segno, figurazione, astrazione convivono senza gerarchie rigide. Alcuni artisti lavorano sulla dimensione intima dell’immagine, altri sulla sua capacità immersiva, altri ancora su una costruzione narrativa frammentaria. Ciò che emerge è una scena vitale, attraversata dal rischio e dalla volontà di evitare formule prevedibili.
La sezione Editor aggiunge un ulteriore livello di lettura. Il libro d’artista e l’editoria indipendente non funzionano qui come appendice teorica, ma come estensione naturale della pratica visiva. Le pubblicazioni presenti costruiscono uno spazio autonomo di sperimentazione: libri-oggetto, edizioni limitate, progetti grafici, contaminazioni tra scrittura e immagine. In un’epoca dominata dalla smaterializzazione digitale, il libro torna a essere superficie fisica, luogo di relazione e dispositivo critico.
Particolarmente significativo risulta il Public Programme, che sposta la fiera oltre la semplice dimensione espositiva. Cremona Art Fair prova infatti a costruire strumenti di comprensione, accesso e formazione. Il progetto Art Advisor on Demand lavora esattamente in questa direzione: rendere il collezionismo meno opaco, più leggibile, più aperto anche a chi si avvicina per la prima volta al sistema dell’arte. Non si tratta soltanto di acquistare opere, ma di acquisire consapevolezza critica.
All’interno di questo quadro si inserisce il Premio Prospettive, promosso da Angelo Di Bartolomeo, che evita la logica del riconoscimento puramente simbolico e prova invece a incidere concretamente sul percorso degli artisti coinvolti. La presenza in giuria di figure come Andrea Bruciati e Carla Gerbino contribuisce a costruire uno sguardo non convenzionale, attento alla complessità delle ricerche contemporanee.
Tra i progetti più interessanti emerge la Stanza d’ascolto, curata da Michele Lombardelli. In una città come Cremona, profondamente legata alla tradizione musicale, lavorare sul suono significa entrare in una dimensione identitaria molto profonda. Qui l’ascolto non è semplice accompagnamento, ma esperienza immersiva. Il suono costruisce spazio, memoria, tempo. È un invito a rallentare, a sottrarsi alla continua accelerazione percettiva contemporanea.
Anche i talk si inseriscono con naturalezza dentro questa struttura, senza trasformarsi in semplice programmazione collaterale. L’incontro dedicato al rapporto tra arte e impresa, moderato da Francesca Baboni, affronta una questione ormai centrale: come costruire relazioni sostenibili tra sistema economico e produzione culturale? Il tema non viene trattato in termini astratti, ma come necessità concreta per il futuro delle pratiche artistiche contemporanee.
La collaborazione con ARA – Art Run Agency rafforza ulteriormente la dimensione internazionale della manifestazione, creando connessioni professionali reali tra artisti, curatori, collezionisti e operatori culturali. Ancora una volta, il concetto chiave sembra essere quello della relazione: non semplice networking, ma costruzione di possibilità.
A sostenere questa struttura esiste naturalmente una rete istituzionale importante, a partire da Regione Lombardia. Tuttavia ciò che colpisce maggiormente è la capacità della fiera di non limitarsi al ruolo di contenitore, ma di produrre contenuto, riflessione e immaginario.
Cremona Art Fair 2026 restituisce così l’immagine di una manifestazione che ha scelto di non irrigidirsi in una formula. La sua forza risiede proprio nella capacità di restare aperta, attraversabile, in movimento. Qui il contemporaneo non coincide semplicemente con l’attualità cronologica, ma con un modo di guardare il mondo attraverso connessioni mobili, contaminazioni e possibilità ancora non completamente definite.
L’arte, in questo contesto, non si limita a mostrarsi. Accade. E il pubblico non appare più come spettatore passivo, ma come parte attiva di un processo fatto di esperienza, confronto e interpretazione. Anche il mercato, pur presente, non occupa tutta la scena: viene integrato in un sistema più ampio, dove ricerca, pensiero critico e costruzione culturale continuano ad avere un peso reale.
SIMONE FAPPANNI