OLTRE LA LUCE, LA POETICA DI ENRICO GROPPI IN MOSTRA

CODOGNO. Sabato 9 maggio, ore 17.00 a Codogno presso la Pro Loco in piazza XX Settembre 12, a cura di Amedeo Anelli con il concorso della Pro Loco, e con la collaborazione del Lyons Club di San Rocco al Porto e Basso Lodigiano  il e con il Patrocinio del Comune di Codogno, si inaugurerà la mostra Oltre la luce, la poetica di Enrico Groppi. In esposizione anche un’opera di Enrica Groppi nipote dello storico pittore codognese.

L’autoritratto, paesaggi, nature morte, soggetti floreali a tracciare un percorso del pittore allievo di Angelo Prada e Aldo Carpi, mantenne sempre un solido impianto realistico, privilegiando una pittura all’aria aperta, o nature morte, con pochi esiti dedicati alla figura umana e negli ultimi anni con moderate escursioni verso la rappresentazione mitica e fantastica. Da un proprio attraversamento del novecentismo, la sua pittura reinterpreta in chiave propria i grandi temi della pittura ottocentesca e primo-novecentesca di iconismo.

La mostra sarà aperta dal 9 al 24 maggio- orari lunedì-domenica ore 10,00-11,30 -martedì e venerdì pomeriggio ore 17,00- 18,30. – tel. 366 8203338 – info@prolococodogno.it.

Enrico Groppi nacque il 27 luglio 1911 a Codogno, in una famiglia di origini lombarde ed emiliane. Il padre Gino gestiva un negozio di barbiere in via Roma, mentre la madre, Ersilia Varesi, proveniva dal Piacentino, terra che avrebbe profondamente influenzato la sensibilità artistica del pittore. Nei primi anni di attività firmò spesso le sue opere come “E. Groppi Varesi”, a sottolineare il legame con il ramo materno. Ancora giovanissimo entrò nello studio del pittore Angelo Prada a Casalpusterlengo, dove ricevette la prima formazione. Successivamente si perfezionò a Milano presso l’Accademia di Brera, seguendo gli insegnamenti di Aldo Carpi. Furono determinanti anche i rapporti con artisti come Ottavio Steffenini, figura quasi fraterna, e con maestri quali Felice Carena, Raffaele De Grada e Arturo Tosi, oltre agli scultori Vittore Callegari e Antonio Cappelletti. Queste frequentazioni contribuirono a definire il suo linguaggio pittorico, radicato nella tradizione ma aperto a una sensibilità moderna. Negli anni Trenta iniziò a farsi conoscere: nel 1936 il collezionista piacentino Giuseppe Ricci Oddi acquistò il dipinto Terra arata (1934), segnando uno dei primi riconoscimenti ufficiali. Partecipò a importanti esposizioni, tra cui la Mostra Provinciale di Milano del 1937 e la Mostra Sociale Primaverile del 1938 alla Permanente, presentando opere come Pescatore, Casa in costruzione e Le bagnanti. In questo periodo soggiornò spesso a Napoli, ospite dello zio Oscar Groppi, tra i suoi primi sostenitori e collezionisti.

Nel 1940 sposò Giuseppina Codazzi e consolidò la sua presenza nell’ambiente artistico milanese, diventando socio della Società per le Belle Arti alla Permanente. Nel dopoguerra realizzò anche opere sacre, tra cui una pala d’altare con San Francesco in estasi per il cimitero di Graffignana (1948), e coltivò amicizie significative, come quella con il poeta Ignazio Buttitta dalla metà degli anni Quaranta all’inizio degli anni Sessanta residente a Codogno. Gli anni Cinquanta segnarono una fase di intensa attività espositiva e di maturazione stilistica. Partecipò a rassegne a Casalpusterlengo, dove nel 1956 vinse un premio, e trascorse molte estati a Pianello Val Tidone, dipingendo paesaggi della valle. Nel 1957 sviluppò una tecnica originale dipingendo su pietra, nata quasi per caso sulle rive del Trebbia e accolta con grande interesse dal pubblico. Nel 1959 tenne importanti mostre personali a Milano (Galleria Gussoni) e a Piacenza, ricevendo apprezzamenti dalla critica. Il suo stile venne descritto come lirico e crepuscolare, caratterizzato da una luce rarefatta, tonalità sobrie e una forte componente emotiva. Predilesse il paesaggio, in particolare quello fluviale della pianura padana — Po, Adda, Trebbia, Tidone — ma si dedicò anche a nature morte e figure.

Negli anni Sessanta proseguì con numerose esposizioni personali e collettive, tra Piacenza e altre città, affinando un linguaggio sempre più libero e impressionistico. Le sue opere mostrarono una crescente ariosità, con pennellate leggere e una visione meno statica. Partecipò nel 1962 al Premio Bagutta–Spotorno, ricevendo una segnalazione, e nello stesso anno donò il dipinto Torrente alla Galleria Ricci Oddi. La critica riconobbe in lui un artista capace di trasformare il paesaggio quotidiano in esperienza poetica, dove il colore diventa memoria e sentimento. I suoi quadri, spesso di piccolo formato, erano apprezzati per la capacità di evocare atmosfere intime e nostalgiche, sospese tra realtà e suggestione.

Nel 1966, ormai artista affermato, viveva a Codogno in una casa che rifletteva il suo gusto raffinato e la passione per l’antiquariato. Continuò a esporre e a lavorare intensamente, mantenendo una pittura profondamente legata alla natura ma sempre più personale. Morì improvvisamente a Codogno il 26 febbraio 1972. Negli ultimi tempi stava progettando una svolta artistica, orientata verso temi più fantastici e meno legati al paesaggio reale, segno di una ricerca ancora viva e in evoluzione. Dopo la sua scomparsa, numerose retrospettive ne hanno celebrato l’opera, tra cui quella del 1973 a Casalpusterlengo e altre negli anni successivi. Le sue opere sono conservate in collezioni pubbliche e private, e continuano a testimoniare la sensibilità di un pittore capace di tradurre la pianura lombarda in poesia visiva, con una voce autentica e riconoscibile nel panorama artistico del Novecento italiano.