8 Settembre 2026
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Quando si pensa a Pompei vengono in mente affreschi, mosaici, ville patrizie sepolte dalla cenere del Vesuvio. Molto meno noto è che le stesse mura conservano migliaia di scritte lasciate non da artisti o committenti facoltosi, ma da gente comune: osti, prostitute, studenti, innamorati, tifosi di gladiatori. Sono i graffiti pompeiani, frasi incise di fretta con un chiodo o uno stilo, ed è uno dei corpus più sorprendenti che l'archeologia abbia mai restituito, tanto che gli studiosi li paragonano ormai apertamente ai social network di oggi.
Pompei vestigia Romae, immagine IA

Il contributo di August Mau

Per buona parte dell’Ottocento e del Novecento gli scavi si concentrarono sugli affreschi e sui mosaici delle domus più ricche, mentre le scritte informali venivano liquidate come un dettaglio marginale. A consolidare questa svalutazione fu l’archeologo tedesco August Mau, che paragonò i graffiti antichi ai nomi incisi dai turisti moderni sui monumenti. Come ha osservato la classicista Rebecca Benefiel, fondatrice dell’Ancient Graffiti Project, quel giudizio ha rallentato lo studio delle scritte popolari per oltre un secolo, lasciando in ombra una fonte che racconta la vita quotidiana con un dettaglio che nessun testo letterario dell’epoca offre.

Cosa scrivevano davvero i pompeiani

Il repertorio è sorprendentemente vario. Ci sono graffiti elettorali, con cittadini che invitano a votare per un candidato all’edilità elogiandone le qualità; graffiti pubblicitari di osti e artigiani che segnalano dove trovare il vino migliore della città; dediche d’amore, spesso in versi improvvisati o citazioni prese in prestito dai poeti; insulti diretti a vicini o conoscenti, con tanto di nome e cognome; persino versi dell’Eneide di Virgilio, scarabocchiati da chi probabilmente li stava studiando a memoria. È un archivio non filtrato della lingua parlata, diverso dal latino letterario tramandato nei manoscritti, e per questo prezioso anche dal punto di vista linguistico.

Una scoperta recente: “Erato amat…”

Il corpus dei graffiti pompeiani, lungi dall’essere un capitolo chiuso, continua a crescere. Un progetto franco-canadese, condotto da studiosi della Sorbona e dell’Università del Québec a Montréal in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei, è tornato di recente su un corridoio del teatro già scavato nel Settecento, riesaminandolo con la Reflectance Transformation Imaging, una tecnica fotografica che illumina la superficie da angolazioni diverse per far emergere incisioni ormai invisibili a occhio nudo. Il risultato è stato quasi trecento iscrizioni censite, quasi ottanta delle quali mai lette prima, tra cui un breve e toccante messaggio d’amore, “Erato amat…”, Erato ama qualcuno il cui nome si è perso nell’intonaco.

Perché quei muri ci somigliano tanto

Il paragone con i social media, per quanto possa sembrare una forzatura giornalistica, regge a un esame più attento. I graffiti pompeiani condividono con un post o un tweet la stessa istantaneità, la stessa esposizione pubblica del pensiero privato, la stessa oscillazione tra il banale e l’intimo. Nell’antica Roma scrivere sui muri non era percepito come un atto di vandalismo, ma come una forma normale di comunicazione condivisa, accessibile a chiunque sapesse tenere in mano uno stilo.

È forse per questo che quelle scritte continuano ad affascinare così tanto: raccontano non i grandi eventi della storia, ma le stesse piccole cose, gelosie, pubblicità, battute, che scriveremmo anche noi oggi, se solo i nostri muri fossero destinati a restare intatti per duemila anni.

Un archivio di voci comuni non troppo lontano, nello spirito, da i volti di persone reali nascosti nei grandi capolavori: anche in quel caso la storia dell’arte si rivela fatta, oltre che di geni e committenti illustri, di persone qualunque rimaste impresse quasi per caso. Chi vuole scoprire altri dettagli nascosti nei grandi capolavori può leggere anche 7 segreti di 7 capolavori d’arte.

Altri saggi come questo si trovano nella sezione Saggi&Studi del blog, dedicata alle storie meno conosciute della storia dell’arte.

Bibliografia

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